Di progetti si muore?

di Giovanni Moretti
Università di Cagliari, Facoltà di Scienze della Formazione
(Sintesi intervento – Convegno MCE Sardegna, 20 Aprile 2007 Oristano)

Non si muore, tuttavia …
No, possiamo affermare, tranquillamente, che di progetti non si muore.
Invece, si può rischiare di morire di inedia, di immobilismo, di apatia, di comportamenti ripetitivi, stereotipati e automatici. Di progetti non si muore, su questo aspetto possiamo tutti concordare, e starcene sereni! Tuttavia è bene rammentare che la cultura della progettazione non ha nulla a che vedere con il mercantilismo dei progetti, oggi sempre più diffuso e di moda.
Il processo di costruzione dell’autonomia scolastica – che a sua volta si realizza dentro un tessuto più ampio di autonomie regionali e territoriali – ha estremamente bisogno di cultura della progettazione, ma attualmente è appesantito dal “mercantilismo dei progetti” e dal progetto inteso come esibizione, apparenza, ricerca del consenso, autocompiacimento, ecc.

La cultura della progettazione
La cultura della progettazione è a monte di ogni singolo progetto, anticipa i modi in cui ogni singola azione, educativa e didattica, si potrà connettere con quelle condotte da altri soggetti, contaminandosi con esse, arricchendosi. Un coerente e chiaro Sistema nazionale di istruzione e formazione – oggi assente -, indubbiamente, potrebbe aiutare le Istituzioni scolastiche autonome a sviluppare la loro cultura della progettazione, ma da esse solamente e non da altri, ne dipende l’effettiva maturazione, che si realizza localmente, in azione, valorizzando tutte le risorse umane e professionali disponibili. L’autonomia scolastica, intesa come assunzione di responsabilità e capacità di dare risposte ai bisogni educativi di uno specifico territorio, richiede una cultura della progettazione partecipata e condivisa.

Condivisione e progettazione
Da una serie di ricerche, su cui sono tuttora impegnato, emerge che nelle scuole i vari attori (docenti, dirigenti scolastici, non docenti, famiglie, studenti, ecc.), fanno sempre più fatica a condividere progetti, obiettivi, rituali e persino gioie. Un fatto nuovo è la diffusa indisponibilità o incapacità dei docenti a coinvolgersi in azioni che richiedono forme di condivisione. Tale difficoltà, tradizionalmente vissuta nell’ambito dei rapporti tra scuola ed extrascuola, coinvolge direttamente i professionisti dell’educazione. Condividere, significa tenere conto dei vari punti di vista, significa anche, capacità di includere il punto di vista altrui, e se necessario rinunciare ad alcuni aspetti che caratterizzano il proprio modo di pensare, per riuscire a camminare tutti insieme verso un obiettivo comune, garantendo in questo modo l’unitarietà, la profondità e soprattutto il senso e il significato delle azioni progettate e messe in campo.
Sappiamo che l’età media dei docenti in Italia è molto alta, e che tale dato non è considerato positivamente, tuttavia va segnalato che gli esiti delle indagini mostrano che i giovani insegnanti, spesso, sono quelli che più di altri faticano a coinvolgersi in processi collaborativi e in progettazioni condivise. Si illudono talvolta di poter fare bene da soli, o di riuscire ricorrendo all’aiuto di pochi, perché si sentono forti della loro laurea e delle competenze formali acquisite.

Prevenire la “febbre da progettazione”
Per prevenire non tanto la morte “da progetti”, ma la “febbre da progettazione”, che fa perdere energie, tempo, e che lascia un inutile senso di spossatezza, possiamo suggerire alcune facili accortezze:
1) evitare di inserire il numero dei progetti realizzati – la loro quantità – tra i criteri di valutazione e autovalutazione di Istituto, sia interna sia esterna, prestando attenzione, invece, alla qualità delle iniziative svolte e alle sinergie attivate sul territorio;
2) evitare di monetizzare sempre e comunque ogni progetto, e anche di remunerare nel dettaglio ogni singolo aspetto della progettazione (chi progetta, chi conduce, chi documenta, chi valuta, chi resoconta, ecc.);
3) sensibilizzare le varie istituzioni, in particolare gli Enti locali, il Miur, e le Regioni, a coordinarsi, evitando che ogni Ufficio, ogni Assessorato, ogni Dipartimento, debba “agitarsi” e mettersi in vista, mobilitando tutte le scuole, invitandole sempre più a presentare progetti più o meno “speciali”, cui spesso, per vari motivi le Istituzioni scolastiche fanno fatica a sottrarsi.

E il Pof ?

Il Piano dell’offerta formativa dovrebbe essere l’esito più alto della cultura della progettazione di una scuola, e, al tempo stesso, dovrebbe anche rappresentare il dispositivo tecnico e culturale, che, più di altri, dovrebbe garantire lo sviluppo e la maturazione di tale cultura. Il Pof, infatti, in quanto espressione più alta e condivisa della identità di una scuola, permette alla comunità scolastica, e al territorio, di esplicitare e rammentare le priorità e gli aspetti educativi essenziali, ai quali la progettazione ed i singoli progetti dovrebbero fare riferimento, cercando di costruire risposte concrete, descrivibili in modo trasparente e verificabili.